DECRETAZIONE SULL’IMMIGRAZIONE: SICUREZZA PER CHI?

Pagina Ufficiale Comitato Nazionale Articolo 3

DECRETAZIONE SULL’IMMIGRAZIONE: SICUREZZA PER CHI?

A cosa fa riferimento la “sicurezza” di cui parlano i decreti governativi? Di sicuro non è la “sicurezza” dei migranti altrimenti se ne farebbe carico in toto l’esecutivo, evitando che ogni anno muoiano in mare centinaia di persone, migliorando il sistema dell’accoglienza e offrendo loro uno sbocco positivo in termini di inclusione nel nostro o in un altro Paese. Quindi non ha a che vedere con la salvaguardia dei loro diritti umani né c’entra con la sicurezza dei cittadini italiani. Questi vengono così solo male informati e, quindi indotti ad avere atteggiamenti di respingimento nei confronti dei migranti, specularmente a quelli delle forze politiche che negli ultimi anni hanno prospettato o messo in atto ogni possibile mezzo di contenimento dei migranti: blocco navale, impedimento a raggiungere i porti italiani, fermo selettivo sulle navi, rallentamento delle operazioni di salvataggio delle navi ONG, accordi con le autorità libiche che hanno grandi responsabilità circa il trattamento dei migranti nei lager di lunga sosta prima di partire per l’Europa,  permanenza protratta e improduttiva nei centri di accoglienza prima di concedere un permesso di soggiorno o il riconoscimento di rifugiato, riduzione delle risorse per il sistema accoglienza i Italia e si potrebbe continuare. Addirittura si è arrivati al paradosso per cui un ministro della Repubblica è imputato di reato per aver ostacolato i soccorsi e sequestrato i migranti sulle navi delle ONG allo scopo, come da lui dichiarato, di “difendere i confini della Patria”.

La patente di “indesiderati” affibbiata ai migranti si tramuta così – nella parte meno sensibile, informata e critica della popolazione – in un atteggiamento di distanziamento se non di vero e proprio odio razziale.

Il punto cruciale dell’analisi è l’uso politico che del fenomeno viene fatto. Infatti, il respingimento paradossalmente sembra andare a colpire il soccorso organizzato dalla componente più vocata e sensibile agli sventurati migranti perché espressione del volontariato solidale della società civile organizzata. Le ONG, peraltro, forniscono un contributo parziale nel traghettare i profughi dalle fragili imbarcazioni su cui sono stipati al suolo italico. Il loro apporto alla causa non supera il 12% dei migranti salvati che sono stati poco più di 100 mila nel 2022, molti dei quali considerano l’Italia una terra di passaggio per entrare in altri Paesi europei e raggiungere conoscenti o parenti.

Cosa sono le ONG? Sono organizzazioni non governative – e quindi espressione della partecipazione democratica dei cittadini che le istituiscono – per il fine di operare a vantaggio delle popolazioni del Sud del mondo perché in condizioni di estremo bisogno e sotto-sviluppo. Un’apposita legge in Italia riconosce l’apporto di questi enti e li rende anche partecipi delle politiche di cooperazione internazionale dell’Italia con i Paesi del Sud del Mondo, Paesi che nel secolo scorso hanno subito il dominio coloniale delle nazioni europee imperialiste, Italia compresa, con segni indelebili di predazione, sfruttamento e violenza. Le ONG quindi intervengono per aiutare le popolazioni più povere, possibilmente con progetti di auto-sviluppo, ma anche per affrontare situazioni di emergenza dovute a carestie, conflitti bellici ed emigrazione di massa. Secondo gli ultimi dati (fonte: Open Cooperazione) l’attività delle oltre 200 ONG nei territori del nostro Paese «è in crescita dopo la pandemia». Nel Mediterraneo operano anche grandi ONG di altri Paesi e lo fanno dichiaratamente in supplenza ad un carente presidio e controllo da parte delle navi dei Paesi UE.  Non è un caso che le prime 50 ONG italiane ricevano il 60% dei loro introiti da istituzioni nazionali o internazionali[1]; questo sottolinea l’importanza del loro ruolo di agenti di politiche di sviluppo di rilievo pubblico.

Sono questi gli enti “fuorilegge” come vorrebbero farci credere? Il loro torto è in questo caso di operare con autonomia, come è nel loro diritto, per le finalità proprie senza accettare limiti e ostacoli che impediscono il loro intervento umanitario, peraltro garantito dalle leggi internazionali di soccorso in mare. Esse vengono additate come conniventi con gli scafisti, accusa mai convalidata da tutte le indagini delle Procure da quando esse sono in campo.

Riflettendo invece sui motivi per i quali si fugge dall’Africa e dalle aree marginali del Pianeta è incontrovertibile che il fenomeno si alimenta delle molte problematiche che caratterizzano continenti come l’Africa o certe aree marginali dell’Asia: le guerre, le dittature, la carestia ma anche la desertificazione e i cambiamenti climatici. Quello che possiamo constatare è che il flusso non diminuisce ma si incrementa anche verso il nostro Paese. Non possiamo nel breve periodo, e in assenza di convergenti e incisive politiche italiane ed europee sulle cause del fenomeno (ovvero le cose da fare a “casa loro”), pensare di far cessare le condizioni che determinano la partenza dei migranti, per cui è più realistico agire sui flussi per renderli sicuri, regolamentati e sottratti ai gestori della tratta. Cercando anche di capire e, di far capire in sede europea, che in un continente in deciso calo demografico come l’Europa, che mette a rischio la stessa economia, il contributo dell’immigrazione è una risorsa per tutti se ben gestita. Così l’apporto degli immigrati è tutt’ora importante in diversi settori produttivi. E’ evidente che dovrebbe essere prioritario favorire gli ingressi legali e intervenire con politiche di reale integrazione, utili ai migranti e al nostro Paese che già si giova del grande impegno del volontariato a tal proposito, soprattutto nell’insegnamento della lingua e cultura italiana agli immigrati. Oltre che valorizzare il volontariato le politiche pubbliche per l’immigrazione dovrebbero agire anche in accordo con le agenzie formative, le forze sindacali e imprenditoriali per sostenere progetti di formazione e inserimento lavorativo degli immigrati considerati da subito delle risorse attive. E’ evidente che chi emigra lasciando tutto dietro di sé e rischiando la vita è fortemente motivato a ricostruirsi una nuova cittadinanza dando il meglio delle proprie potenzialità.

Contestualmente va fatto un grande lavoro a livello europeo, senza disertare i Tavoli come i rappresentanti governativi hanno fatto in passato (quando si trattava di migliorare il Trattato di Dublino) per garantire la cooperazione della maggior parte dei 27 Paesi nella fase di salvataggio, accoglienza e redistribuzione, magari con una incentivazione anche economica in relazione allo sforzo da essi profuso.

In questo modo si incide in due direzioni:

  • nella riduzione di presenze “illegali” tornando a regolare i flussi di ingresso evitando così che chiunque arrivi in Italia sia di fatto un clandestino, condizione che è considerata “reato”. Peraltro la cosiddetta clandestinità fa comodo a molti, dai politici che la utilizzano a fini di propaganda, alle imprese che sfruttano indecentemente questo capitale umano, talvolta al limite della schiavitù;
  • nella costruzione un sistema di accoglienza in grado di promuovere i migranti come persone attive e nuovi cittadini del nostro Paese. L’attuale sistema di accoglienza, va ripensato e rilanciato dopo il ridimensionamento di strutture e risorse e la sua concentrazione nei grandi centri, mentre invece dovrebbe essere diffuso nei piccoli centri che con gli immigrati potrebbero essere rivitalizzati, come si è già stato sperimentato in alcune parti del nostro Paese.

Allora quello che serve è oggi un “Decreto Solidarietà” basato sulla garanzia della salvaguardia della vita dei migranti e politiche di accoglienza utili anche all’Italia e all’Europa ai fini di una crescita demografica, culturale ed economica.

di Renato Frisanco

[1] Il 35% dei fondi pubblici viene dall’Agenzia italiana per la Cooperazione, un altro 35% dall’Unione Europea, poco più del 17% dagli enti territoriali attraverso la cooperazione decentrata e il restante 12% da agenzie delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali. Cfr. di Nembri A., Bilanci e trasparenza, come crescono le ONG, In ‘Vita Newsletter’ del 10 gennaio 2023.

 

Nessun commento

Aggiungi il tuo commento